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Questa pagina è a disposizione vostra. Qui potete inserire i
vostri racconti , le vostre storie, le vostre esperienze, i vostri
ricordi. Immaginate di essere in un rifugio la sera dopo una lunga
camminata, siete seduti al tavolo magari con una bottiglia di vino oppure con un
bicchiere di grappa ed a turno vi scambiate le vostre esperienze. Scrivete
all' indirizzo raccontinelrifugio@email.it
, potete spedire cio' che volete, storie di vostra fantasia, esperienze di
vacanza e di vita, brani tratti da romanzi o da libri. Quello che scrivete
verrà pubblicato, siete voi che create questa pagina.
8° racconto mandato
da Gianni G. del nostro gruppo 16/10/2004
TOUR DEL MONTE BIANCO
AGOSTO 2004
Questo è il resoconto della proposta del Gruppo Avventura Trekking di Campi
Bisenzio per l'estate
2004: 6 tappe del famoso Tour du Mont Blanc, con partenza da Courmayeur il
22/08/2004 e arrivo a
Chamonix il 28/08/2004. In realtà, noi, pur percorrendo tutte le 6 tappe
previste, siamo arrivati
a Chamonix il 26/08/2004, perchè abbiamo deciso per due volte di compiere 2
tappe del giro nello stesso
giorno.
Partecipanti: Gianluca, Simone, Paolo, Claudio, Gianni, Stefano, Luciano,
Fiorenza,Stefania e
Antonella.
1° GIORNO 22/08/2004
Partiamo da Campi Bisenzio alle 6.30 e arriviamo a Courmayeur verso le
12.00, e dopo aver lasciato le
macchine in un parcheggio, prendiamo l'autobus per Arnouva. Da qui alle 13.30
comincia la nostra
avventura! In meno di un'ora, siamo già al Rifugio Elena (1° tappa del
nostro giro), ma dopo esserci
rifocillati e riposati abbiamo tutti voglia di continuare.
Alle 15.48 siamo in cima al Col du Grand Ferret e daquesto colle, che segna il
confine tra Italia e
Svizzera, guardiamo ammirati il panorama che si apre davanti ai nostri occhi.
Siamo tutti di ottimo umore e
poi la salita è finita; comincia infatti la lunga discesa che ci porta alla
baita "le Peule" che oltre
ad offrire bibite, latte e formaggi, offre anche delle indimenticabili
"notti sulla paglia". Qualcuno sarebbe
anche interessato, ma la maggioranza vuole trascorrere la notte su un
"vero " materasso e quindi ripartiamo
per Ferret dove arriviamo alle 18.30 e cerchiamo subito un rifugio per
passare la notte.
Siamo fortunati perchè lo "Chalet Col de Fenetre"è grazioso e ci
offre un dormitorio tutto per noi. La
cena è molto buona, la migliore che gusteremo nei 5 giorni. Verso le
22.00 ci ritiriamo nella nostra
stanza e benchè la notte sia un po' agitata per tutti, alle 7.00 siamo pronti
per ricominciare.
2°GIORNO 23/08/2004
La giornata è bella, ma abbiamo saputo dal gestore della pensione che
il giorno dopo il tempo sarà
brutto. Decidiamo in tutta fretta di prendere l'autobus per Champex ,(quindi
percorriamo la tappa
prevista per quel giorno in autobus) e di fare, invece, la tappa prevista per
il giorno successivo,
che si rivelerà molto bella e faticosa. Alle 10.30 siamo su un sentiero
comodo, fiancheggiato da un
ruscello pieno d'acqua, in mezzo ad un bel bosco.
Appena si esce allo scoperto, il sentiero comincia a salire prima
gradatamente, ma poi raggiunta una
pietraia, la salita si fa più rapida e faticosa. La finestra d'Arpette
è lassù, tanto lontana da sembrare
quasi un miraggio. Sembra impossibile arrivarci, ma alla fine ci siamo tutti,
più o meno stanchi e
sfiatati, ma felici perchè il panorama è mozzafiato. Rifocillati, riposati,
dissetati, iniziamo la discesa
che nel primo tratto presenta delle difficoltà perchè è ripida e piena di
rocce. Ma il "Glacier du Trent" è
a poche decine di metri accanto al sentiero e ogni tanto ci fermiamo ammirati
a guardarlo. Il resto della
discesa è più facile ma è molto lungo e mette a dura prova le nostre
ginocchia. Finalmente arriviamo a
Peuty dove, secondo i piani, dovremmo dormire in una caratteristica "gite
d'ètape" un ex fienile
trasformato in alloggio per i camminatori. Ma qui sorge un problema: i posti
sono solo 9. Decidiamo in
quattro di cercare un'altra sistemazione e a Trient, paesino lì vicino,
troviamo posto al Rifugio Mont
Blanc. Sarà per noi quattro che abbiamo "disertato" l'ex fienile,
senz'altro la notte più comoda. Non
altrettanto sarà per quelli dell'ex fienile che avranno una notte molto
"rumorosa".
3° GIORNO 24/08/2004
Come previsto, il tempo è brutto. Raggiungiamo il gruppo all'ex fienile e
malgrado una pioggia leggera
decidiamo di partire ugualmente per raggiungere il Col de Balme. Il sentiero
è comodo e non presenta
difficoltà e in meno di 2 ore raggiungiamo la cima. Siamo bagnati fradici,
perchè a mezz'ora dal rifugio,
si è scatenato un temporale con tuoni e lampi epioggia a scroscio. Dalla cima del colle si dovrebbe
vedere il Monte Bianco e la valle di Chamonix, ma naturalmente è tutto coperto e non riusciamo a vedere
nulla. Ci precipitiamo dentro al rifugio dove ci scaldiamo con grandi tazze di tè e ci cambiamo le
magliette bagnate. Ma le nostre peripezie non sono ancora finite: la seggiovia non funziona e solo a metà
discesa troveremo una funivia funzionante e raggiungeremo Le Tour in poco tempo. Qui alloggiamo in
un rifugio molto bello e confortevole che sembra quasi un albergo. Dopo una doccia calda, abiti asciutti e un
pasto frugale e allegro, innaffiato da un buon vino, ci sentiamo tutti meglio e riusciamo anche a scherzare
sulle avventure "bagnate" della giornata.
4°GIORNO 25/08/2004
Ci svegliamo con il sole. La giornata si preannuncia bellissima. Alle 8.20 partiamo per Montroc e da qui
arriveremo allo splendido "lac Blanc", per me la tappa
più bella di tutto il giro. Il sentiero che conduce al
lago ,nell'ultimo tratto molto esposto ,è attrezzato
con passamani e scalette ,ma è veramente bello e
panoramico. Quando arriviamo al lago siamo stanchi (la
salita è molto lunga),
ma soddisfatti. Al rifugio davanti ad una gigantesca omelette al formaggio o "nature", le chiacchiere si
intrecciano, gli animi si distendono, le risate e le battute si sprecano e sempre il Monte Bianco è davanti
a noi, gigante meraviglioso e misterioso. La giornata è limpida e Stefano e la Fiorenza ci indicano
l"Aguille du Midi, Grandes Jorasses, la mer de Glace che sono molto nitidi davanti a noi. A metà
pomeriggio ci rimettiamo in cammino verso il rifugio de "la Flegere" che anche se non è bello e comodo come
quello francese, ci permette di passare una notte tranquilla e riposante. Intanto il tempo è cambiato:
tira un vento forte e piove a dirotto.
5°GIORNO 26/08/2004
Ci svegliamo con un tempo bruttissimo e dopo
un'abbondante colazione decidiamo di prendere la
funivia per raggiungere les Praz. e l'autobus per Chamonix. Qui , dopo aver comprato cartoline e
souvenir, prendiamo l'autobus per Courmayeur, dove una volta recuperate le macchine, comincerà il nostro
viaggio di ritorno.
7° racconto mandato
da Alessandro Navari dell' associazione U.O.E.I.
8/10/2004
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UNIONE OPERAIA ESCURSIONISTI
ITALIANI
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Sezione "Antonio Tessa" - RIPA DI VERSILIA
Passo della CISA - LAGO SANTO
Parmense
traversata
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| Percorso:da
Passo della Cisa al Lago Santo Parmense |
Segnaletica:biancorossa
CAI, segnavia 00, 725A, 723, 727 |
| Dislivello: m.circa
450 |
Tempo di
percorrenza: ore 7,00 circa |
| Classificazione: E |
Punti sosta: bar
ristorante Faro Rosso al Passo del Cirone |
| Acqua: :al Passo della Cisa, al Passo del Cirone,
Lago santo Parmense |
Periodo
consigliato: dalla primavera all'autunno in
assenza di neve e/o ghiaccio |
Sicuramente il primo impatto, appena usciti di casa, non è stato dei
migliori per nessuno: marciapiedi bagnati e cielo coperto. Poi quelle leggere
goccioline sul parabrezza! Tuttavia i veri escursionisti non si lasciano
fermare da niente così siamo tutti quanti puntuali alla partenza. Beh, quasi
tutti perché, a parte alcune prevedibili assenze, siamo comunque il 25,
appena il pullman parte vediamo giungere un’auto che sfanala e gli occupanti
che ci fanno cenno di fermarci. Sono due ritardatari ma che volete, sono due
funzionari dell’ ASL e ……!
Finalmente si parte, gli occhi puntati sul parabrezza che ben presto si
ricopre di gocce, mannaggia piove davvero, vuoi vedere che ci frega. Su siamo
ottimisti, andiamo lontano e forse la non piove, intanto però qui diluvia.
Che strano, Marcello di solito sempre sveglio stamani dorme, ma no forse fa
gli scongiuri. Ci immettiamo sull’autostrada della Cisa e smette veramente
di piovere però in quota c’è nebbia, accidenti! Usciamo a Pontremoli e con
qualche incertezza troviamo la strada giusta con in testa sempre e solo una
domanda: facciamo il percorso completo o lo abbreviamo? Ma no! Dopotutto non
piove, la nebbia non è fitta, andiamo a Passo della Cisa come da programma.
Arriviamo alle 8,30 ci prepariamo e, e… ma dove vanno tutti quanti? Il
sentiero è dall’altra parte! Vanno al Santuario, vuoi vedere che proprio
non si fidano del capo gita che continua promettere che non pioverà? Il
Santuario, che merita veramente una visita, è purtroppo chiuso così iniziamo
subito la nostra traversata. E’ ovviamente umido ma fa caldo, pile e giacche
finiscono subito negli zaini mentre affrontiamo il primo tratto pianeggiante
di sentiero che inizia in corrispondenza della bacheca che ospita la carta dei
sentieri (segnavia 00). All’imbocco notiamo un cartello di divieto di
transito, sta a vedere che il sentiero è a senso unico e dovevamo percorrerlo
al contrario, e giù critiche e prese in giro al povero capo gita che oggi è
il bersaglio preferito di una comitiva oltremodo spensierata.
Il percorso è facile, senza salite impegnative, è un salire e scendere
continuo di piccole quote sempre su sentiero ampio e ben segnalato in un
ambiente appenninico di rara bellezza: prati, boschetti di abeti così fitti
da apparire bui e quasi tenebrosi che riportano alla mente le tante leggende
dei folletti che popolano le lande
lunigianesi; boschi di faggi e animali al pascolo. Il percorso è anche
una ippovia, quindi attenzione a dove mettete i piedi!!! Peccato per la
nebbia, il panorama sarebbe stato magnifico. Il primo tratto attraversa
terreni un tempo coltivati, si vedono ancora piccoli orti e prati gremiti di
coloratissimi crochi a dimostrare come la natura stenti a regolarsi con questo
clima impazzito. Quasi subito iniziamo a scorgere ogni varietà di funghi
dalle forme e colori più strani. Una ripida salita ci porta sui pascoli e
dobbiamo superare il primo recinto, qui gli animali sono allevati allo stato
brado e i pascoli sono recintati interrompendo più volte il sentiero. Sono
comunque previsti degli scavalcamenti: cancelletti, palizzate, che bisogna
aver cura di richiudere sempre dopo il passaggio. Non godiamo del panorama ma
scorgiamo subito uno spettacolo inaspettato: i pascoli sono letteralmente
ricoperti di mazze di tamburo:
funghi dalle larghe e saporite cappelle. Procediamo di buon passo e alle 9,00
siamo in vetta al primo rilievo: il Monte Valoria (m. 1229); durante la
giornata ne toccheremo diversi essendo tutti collegati dal sentiero 00.
Procediamo spediti ma sempre con un occhio rivolto ai ritardatari perché con
la nebbia è facile perdersi. Il sentiero è ampio e segnalato a dovere ma
sono presenti anche tracce di animali e sentieri dei cacciatori che con la
nebbia qualcuno potrebbe scambiare per il sentiero e finire fuori via in
luoghi pericolosi. Con qualche sforzo troviamo il ritmo adatto a tutti e alle
10,40 siamo in vetta al Monte Fontanini (m 1399). Una breve sosta e poi di
nuovo in direzione del Passo del Cirone. Ora il sentiero è stato in
più parti tagliato e modificato dal metanodotto della
SNAM che nonostante gli indubbi sforzi effettuati per la salvaguardia del
territorio ha lasciato evidenti ferite. Un tratto è letteralmente scomparso,
ora è un pendio scosceso e sassoso frutto dei riempimenti effettuati. Al
momento è assai impegnativo per il pericolo di cadute ma è in fase di veloce
inerbimento e tra non molto potrebbe tornare ad essere un bel pascolo. Da qui
in poi si procede seguendo in parte lo scavo, che ora è una strada forestale,
e successivamente il recinto dei pascoli fino ad un punto in cui si deve
passare obbligatoriamente sotto il filo spinato. Cosa piuttosto agevole e
fonte di numerosi scherzi , chissà come mai il filo spionato sfugge di mano a
chi aiuta proprio quando viene scavalcato da qualcuno in particolare? Da ora
in poi basta seguire la strada forestale per sbucare sui prati che conducono
direttamente al passo che risulta subito ben visibile. Avevamo appuntamento
col pullman che doveva caricare eventuali escursionisti stanchi, o tutto il
gruppo in caso di pioggia. Non piove e non siamo stanchi perciò lo spediamo
direttamente alla meta, il rifugio
Lagdei, mentre ci concediamo una breve pausa, sono le 11,35.
Dal Passo del Cirone il sentiero 00 prosegue in direzione di una chiesetta,
ristrutturata dagli alpini da cui prende il nome, proseguendo su pascoli
sostanzialmente in piano. Finalmente la nebbia sembra sollevarsi un poco
consentendoci finalmente di vedere qualche scorcio di Appennino Parmense.
Raggiungiamo rapidamente il Monte Corno (m. 1301) ma adesso il sentiero sale
per portarsi verso il Monte Tavola. In poco meno di un’ora raggiungiamo
l’ampio pianoro delle Piane di Tavola dove decidiamo di fermarci per il
pranzo, sono le 12,30. Ci siamo appena sistemati che un rumore inconfondibile
ci fa trasalire. No! Non ci crediamo proprio, non possono essere motori quelli
che udiamo! Invece si, sono proprio quattro grosse moto da cross che rombando,
solcando il terreno e inquinando non solo acusticamente ci stanno passando
davanti. I centauri educatamente salutano, ma può mai esserci educazione in
chi con simili mezzi scorrazza su prati altrimenti incontaminati? Non lo
crediamo, rispettiamo il gesto di saluto ma deprechiamo con tutta lo nostra
forza morale simile attività. Siamo esterrefatti, saremo forse patetici
ingenui ma queste cose noi proprio non le concepiamo. Il cielo in direzione
del Lago
Santo sembra schiarirsi ma in direzione della Cisa sta addensandosi della
nuvolosità che promette solo pioggia. Ci rimettiamo in marcia, sono le 13,15.
Il sentiero si inerpica lungo un ripido crinale che porta rapidamente in vetta
al Monte Tavola (m. 1504), ma da qui in poi la salita vera è praticamente
finita. Superiamo un altro recinto e entriamo in un bosco di faggi che sembra
essere luogo ideali per i funghi, ma di porcini neanche l’ombra. Proseguiamo
seguendo il sentiero 00 fino ad un quadrivio, si deve procedere sul sentiero
(segnavia 00) fino ad incontrare il sentiero (segnavia 725 A) che si
stacca sulla sinistra in discesa. Il bivio è comunque segnalato da un
cartello che indica il lago. Si procede ora in ripida discesa attraverso la
faggeta su un sentiero ben tracciato ma sassoso e in autunno ricoperto di
foglie che lo rendono assai scivoloso. Tuttavia anche senza foglie i sassi
possono tradire, quindi attenzione. Si perde così quota per circa 300 metri
fino ad incontrare il sentiero (segnavia 723) che dovremo imboccare procedendo
verso destra.Dopo un breve tratto pianeggiante sui riprende a salire e con una
serie di sali e scendi in meno di un’ora si raggiunge il Lago Santo in
prossimità del Rifugio
Mariotti e del continuo posto tappa della GEA, sono le 15,00. Il rifugio
è chiuso così non ci resta che sistemarci sull’ampio piazzale del posto
tappa e goderci lo spettacolo. Veramente suggestivo il riflesso dei monti
circostanti sulle limpide acque del lago.
Con un po’ di pazienza è possibile compiere l’intero giro del lago,
procedendo su detriti rocciosi si deve stare molto attenti, ma lo sforzo sarà
ricompensato da un ambiente veramente suggestivo con la sponda sud ricoperta
da rocce spaccate dal ghiaccio e spinte a valle dalla neve e la boscosa
sponda nord a picco sulle acque. La nostra meta finale è il Rifugio
Lagdei, per raggiungerlo ci sono due alternative, ripercorrere il tragitto già
fatto oppure seguire il sentiero panoramico che parte dal lato opposto al
rifugio ed è piuttosto lungo. Noi ripercorriamo a ritroso il sentiero 723.
Ora bisogna fare attenzione al bivio col sentiero (segnavia 727) che dobbiamo
imboccare verso sinistra. E’ ora tutto in discesa, l’umidità e le foglie
lo rendono insidioso, attenzione a non scivolare dunque. Arriviamo al Lagdei
alle 16,30 dove ci attende il pullman. Il rifugio è aperto ma gli impianti di
risalita che in estate portano i turisti al Lago Santo sono fermi da pochi
giorni così risulta piuttosto sguarnito, neanche un panino! Ci accontentiamo
di un caffè e forniamo un concreto contributo a terminare anche la torta. In
noi c’è un piccolo rimpianto perché sappiamo che con questa si conclude la
stagione delle traversate ma, ma … cos’erano quei discorsi appena appena
sussurrati sul 2005? Vuoi vedere che ……
Saluti UOEI Ripa di Versilia
6° racconto mandato
da Stella, Marcella e Donatella il 21/10/2003
(
ovvero Bel Tempo - Temporale e Nevicata )
Ottobre 2003:Impressioni
sul sito
Premessa dal
Webmaster: Tutto quello che viene mandato ad i racconti nel rifugio viene
inserito nella pagina, e quindi ho inserito anche questo messaggio inviato da tre
ragazze di Treviso . Grazie
ragazze per i complimenti.. e speriamo un giorno di fare un escursione
insieme.
..............siamo tre ragazze di 25 anni, excompagne di
scuola della provincia di Treviso.
Quello che ci spinge a scriverti è solo per complimentarci
con te per come hai costruito il sito.
La cosa che ci ha colpito di più è comunque il cambiamento
delle condizioni atmosferiche della prima foto (montagne con neve, temporale
e bel tempo).Ci siamo identificate in queste condizioni atmosferiche: Bel
Tempo, Temporale e Nevicata e...............da quel giorno abbiamo cambiato
la nostra identità.Questa è la forza di un Web Designer con una spiccata
fantasia .
Speriamo di incontrarti un giorno .
Stella, Marcella e Donatella
Bel Tempo - Temporale e Nevicata
5° racconto
mandato
da Rita ed Elisa il 20/10/03
Ottobre 2003:Passo del
Muraglione
…………….E' stato un
caso, semplicemente un caso fortunato essere venuti a conoscenza del vostro
gruppo trekking.……………
una sera abbiamo (Elisa e Rita) deciso di accendere quella divertente scatola
magica che i moderni chiamano semplicemente e freddamente PC.
Quindi, naviga a nord, naviga
a Sud, Est ed Ovest, ci siamo imbattute in un centro trekking che proponeva
lunghissime camminate alla scoperta di posti incantevoli, non toccati da
strade, smog, macchine.
Che
fare?……………………
Andiamo a controllare di
persona.
Saliamo al primo piano e
vediamo un gruppo di gente che sta conversando tranquillamente e questo ci
ispira simpatia. Chiediamo informazioni, che ci vengono ampliamente date con
entusiasmo. Col loro incoraggiamento abbiamo deciso all’unanimità (Rita ed
Elisa, gruppo molto folto) di buttarci nella mischia, consapevoli che il danno
di questa decisione sarebbe stato
per il gruppo trekking.
La domenica alle ore 6 siamo
uscite di casa vispe e bardate a tutto punto per affrontare la così chiamata
……………passeggiatina di SOLO 7 ORE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Siamo state accolte come se
fossimo state due veterane del gruppo. Ci siamo sentite subito a nostro agio
tra un gruppo di vecchi amici. Non
è facile descrivere a parole quanto abbiamo visto: scenari di natura
incontaminata, che solo camminando a piedi si può ammirare.
Non ci siamo mai sentite sole
e siamo state incoraggiate nei momenti un po più difficoltosi in modo
discreto, senza farci capire che ci stavano aiutando.
Sette ore sono state
certamente lunghe, ma noi non ce ne siamo accorte perché è davvero un gruppo
di veri camminatori che amano la natura e vogliono rendere partecipi anche chi
è ancora alle prime armi.
Non vediamo l’ora di
ripetere questa bellissima esperienza, che ci rinnova lo spirito e ci fa
sentire
due……………………………………………………ragazzine.
GRAZIE AMICI !!!!!!!!!!
Elisa e Rita
4° racconto mandato
da Papini Elena e Daniele Malpezzi il 04/09/03
Agosto 2002: viaggio
di nozze in Bolivia-perù
Daniele Malpezzi - Elena Papini
9/13/ Agosto 2002: Inca Trail -
Machu Picchu - Perù (una parte del nostro viaggio di Nozze)
Premessa: Il cammino Inca -
Inca Trail - fa parte dell'immensa rete di sentieri di 11.000 Km che gli Incas
costruirono durante il loro impero aggregando quello già esistente del popolo
Chimus. Era composto da due assi longitudinali: uno seguiva la costa, l'altro
la cordillera delle Ande ed erano collegati tra loro da dei cammini laterali.
Questa rete, disseminata di Tambos ( locande di cambio, posti di cambio)
permetteva una comunicazione rapida tra le province.
In particolare Inca Trail era il
percorso più breve e sacro per raggiungere Machu Picchu.
Partenza da Cuzco in teoria alle
ore 8:30 in pratica ore 10:00; siamo io Elena, Monica (Italo-Francese), Sisco
(spagnolo), una coppia di israeliani e due ragazze inglesi; accompagnati da 6
portatori, 1 cuoco e dalla guida Edgar, un ragazzo di 25 anni che sembra
simpatico.
Alle 10:00 partiamo in jeep per
Ollaytatambo. Ollaytatambo è una meravigliosa rovina Inca, una
fortificazione tutta scale molto ripide alternata da splendidi terrazzamenti
Inca.
Da questa cittadina parte il treno
per Machu Picchu, ma noi continuiama in jeep fino alla fine della strada che
termina al mitico Km 82, punto di partenza del Inca Trail.
Qui ci accampiamo con le nostre
tende quota 2.600 m, appena tramontato il sole il freddo si fa pungente.
2° Giorno: Huayllabamba
- Llulluchapampa.
Sveglia alle 6 ed ecco pronto per
noi il mitico Mate de Coca dopodiché inizia il nostro vero e proprio
trekking. Il cammino parte con l'attraversamento del fiume "sacro"
Urubamba e si prosegue costeggiando in salita il corso del fiume.
Il sentiero, dopo la salita
iniziale, si fa più dolce e piacevole, fino a raggiungere un villagetto di
qualche casa dove dobbiamo difenderci dapprima da un attacco di maiali
selvatici che cominciano a sniffare i nostri zaini e poi da zanzare. Arriviamo
in seguito alle prime rovine Llactapata (la città sulla collina), scendiamo
fino ai bordi del rio Cusichaca e cominciamo a risalire le rive. Il caldo e il
sole sono sempre più cocenti, si suda. Bella salita di 2,5 Km fino ad
arrivare al villaggio di Huayllabamba, l'ultimo "villaggio" abitato
e qui sosta pranzo.
Siamo a 3.000 m. Mentre il cuoco e
i portatori preparano il pranzo, crolliamo tutti al suolo, sembra un campo
profughi. Un piccolo Mate de Coca e una pennichella servono ad ritrovare
l'energie. Dopo il pranzo ripartiamo con ancora due ore e mezzo di marcia. Il
cammino, per la gioia di tutti, è una bella scalinata di pietra che
attraversa un pezzo di giungla, siamo completamente all'ombra che bello!
Arriviamo a Llulluchapampa, a
3.800 m, dove ci fermiamo per la notte.
Dalla tenda ammiriamo il magnifico
paesaggio della cordillera andina. Cena alle 19 e in tanto la temperatura è
scesa brutalmente, un freddo polare. Dopo cena non ci resta altro da fare che
andare a dormire.
3° Giorno: passi di
Huarmihuanusca, Runkuracay e Phuyupatamarca - rovine di Sayacmarca.
La mattina aprendo la tenda
troviamo del ghiaccio sulla parte esterna delle nostre tende, di nuovo un Mate
de Coca colazione e via. Piano piano iniziamo la salita al punto più alto del
trekking, il passo Huarmihuanusca ( passo della donna morta), a 4.200 m.
Arrivati al passo lo spettacolo che ci troviamo davanti è incredibile, foto
ricordo e ripartiamo per una lunga discesa di due ore tutta interamente
gradonata con soventi incontri con dei Lama selvatici. Dopo la lunga discesa
saliamo di nuovo fino a raggiungere le rovine di Runkuracay, a 3.600 m, unico
insieme di forma circolare del cammino Inca.
Riprendiamo a salire ancora per
300 m fino al passo Runkuracay, 3.900 m.
Il sentiero scende di nuovo,
passiamo attraverso un tunnel naturale fino ad arrivare in vista di altre
rovine quelle di Sayacmarca (la città inaccessibile), capiamo bene il perchè.
Tempo per un rapido tour all'interno delle rovine di questa incredibile
cittadina, ed ripartiamo con dei lunghi sali e scendi fino a raggiungere
Concharmarca per una velocissima pausa pranzo. Il tempo incalsa, c'è ancora
tanto da camminare. Il sentiero è meraviglioso, costeggia la montagna e sotto
di noi la giungla, densa, immensa, superba. Dopo circa un'ora sopraggiungiamo
all'entrata di un tunnel di pietra interamente scavato dagli Incas, lungo una
ventina di metri. Impressionante!
Il sentiero ricomincia a salire
fino a raggiungere il terzo passo, Phuyupatamarca a 3.270 m, la vista è
spettacolare. Dal passo inizia una scalinata interminabile che affrontiamo con
diverse persone in difficolta sulle articolazioni delle gambe, sulla guida
dicono che sono 2.500 scalini ma la nostra guida Edgar afferma che siano più
di 3.000. Dopo due ore di massacrante discesa arriviamo al accampamento.
Sveglia alle 4, fa ancora buio non
si vede niente. Ci alziamo con molta fatica e alle 5 si parte per l'ultima
tappa del nostro trek. Il cielo incomincia a sciarirsi verso le 6 di mattina
mentre eravamo ancora in cammino. Alle 6:30 raggiungiamo Intipunku (la porta
del sole), il sole è ancora nascosto dietro le montagne, Machu Picchu giace
in basso nell'ombra, sembra che le rovine si stiano svegliando dolcemente dopo
la notte glaciale, ho la pelle d'oca BELLISSIMO. Davanti allo spettacolo che
si presenta davanti ai nostri occhi rimaniamo imbambolati.
Machu Picchu, la Machu Picchu per
la quale vale un viaggio in Perù, la Machu Picchu per la quale abbiamo
sopportato questi 4 giorni di scarpinata, di scale e scalini, di freddo e di
caldo, di fiato mozzato, la Machu Picchu conosciuta nel mondo intero come la
città sacra degli Inca, è ormai ai nostri piedi e sembra quasi irreale nella
sua penombra di questa alba di agosto.
22/26 Agosto 2002: Tour del
Salar de Uyuni - Bolivia (un altra parte del nostro viaggio di nozze)
Uyuni è considerata la città più
fredda della Bolivia, poche case nel desertico altopiano del sud, a
confine con Cile e Argentina. Soltanto da una decina di anni il turismo ha
scoperto quest'angolo remoto e assai affascinante della Bolivia.
Si tratta di un viaggio di quattro
giorni in jeep nei deserti e Salar di questo angolo remoto della terra, su
piste assai accidentante. Sicuramente non è un viaggio adatto a chi odia
la polvere, le buche e le forti vibrazioni.
1° Giorno: Salar de
Uyuni
Partiamo in Jeep in 6 più lo
chofer, siamo io, Elena, una coppia di spagnoli e due ragazze irlandesi, da
Uyuni la mattina verso le 9:30.
Ci dirigiamo verso nord al
villaggio di Colchani, a 22 Km da Uyuni. La popolazione, circa 300 abitanti,
organizzata in cooperativa, raccoglie e raffina il sale per il consumo
nazionale. Ad un altitudine media di 3.650 m, questa vasta distesa di sale
occupa una superficie di circa 12.000 kmq , ed è il più vasto ed elevato
salare del mondo; è anche la distesa più piatta della terra con una
differenza, tra le due estremità, di un solo metro.
Questi incredibili paesaggi di
deposito salino sono dovuti al lago Minchin, che ricopriva una volta una
superficie di 60.000 Kmq arrivando fino al lago Titicaca. Il lago Minchin si
seccò 25.000 anni fa dando nascita al lago Tauca. Il Tauca evaporò 10.000
anni fa lasciando dietro di lui due grandi depositi di sale, il Salar di Uyuni
e quello di Coipasa.
Poco fuori dal paese di Colchani
in un'area denominata Bloques de sal, gli uomini del villaggio raccolgono,
armati di piccozza e pala, il sale in monticoli di circa 3 m di altezza, è
uno spettacolo impressionante, da restare senza parole.
Dopo 15 minuti in jeep, due
edifici bianchi quanto il suolo emergono dal paesaggio spoglio. Sono i due
hotel Playa Blanca e il Palacio de Sal che propongono soggiorni in full
immersion: muri,letti, tavoli, sedie insomma tutto ma proprio tutto è fatto
di sale.
Dopo ancora 80 Km attraversando
questo paesaggio totalmente bianco come la neve arriviamo a la Isla del
Pescado. Quando appare ad una quindicina di km sembra una macchia scura che
contrasta tra il bianco del salare e il celeste del cielo. E' il luogo più
stupefacente del Salar. Quest'isolotto sperduto in mezzo a quest'immensità
bianca è ricoperto di cactus, di cui alcuni sono più alti di 15m. L'isola ne
è piena, mai visto tanti cactus tutti assieme. Ci arrampichiamo sulla cima da
dove si gode una vista superba sull'immensità del Salar. Sembra di stare
sopra le nuvole. Il riverbero del sole è fortissimo.
Riprendiamo il cammino, ancora più
di 90 Km di piste, qui le distanze sono enormi. Raggiungiamo i bordi del Salar
e costeggiamo le montagne che lo circondano. Viaggiamo con le teste voltate
all'indietro per vedere, dai finestrini della jeep, uno dei tramonti più
belli della mia vita con l'immensa distesa bianca di sale di contorno.
Infine arriviamo al villaggio di
San Juan, nel bel mezzo delle Ande, nel Sud Lipez, una delle zone più
inospitali della terra. La densità di popolazione è di soli 0,5 abitanti per
kmq, le condizioni atmosferiche ai limiti della resistenza umana.
A san Juan ci sistemiamo in una
misera "pensione".
Il secondo giorno comincia con una
corta spedizione a Chiguana, dove c'è un piccolo salar, niente in confronto a
quello di Uyuni.
A 60 km da San Juan, scopriamo una
serie di laghi glaciali e lagune dai colori incredibili. Alla prima, la laguna
Canapa, ci fermiamo per il pranzo. Le lagune sono piene di Flamencos,
fenicotteri andini, alti fino ad un metro, sono contraddistinti da un
piumaggio bianco - roseo. Nidificando in quest'alta e desolata regione della
Bolivia sono una delle specie animali più resistenti in natura. Il cielo è
di un blu intenso, l'aria sottile, il paesaggio è inverosimilmente
trasparente e luminoso, tanto da sembrare irreale. Continuando il nostro
percorso raggiungiamo la Laguna Colorada, siamo a 4278 m di altitudine. Questa
laguna dai toni irreali di rosa e rosso si estende su una superficie di 60
kmq. Il magnifico colore è dovuto al vento che quando si scatena fa risalire
alla superficie dell'acqua i minerali e le alghe che le danno questo
particolare colore. Anche questa laguna è piena di fenicotteri ed è qui che
termina la nostra seconda giornata.
3° Giorno: Geysers -
Laguna Verde.
Sveglia alle 5 e partenza alle
5:30. Fa freddo, molto freddo, freddissimo, dobbiamo essere almeno a - 15 °
C. Dopo 30 km di strada giungiamo alla regione dei geysers che si chiama Sol
de Manana, siamo a 5.000 m e ci troviamo di fronte ad geysers, sorgenti di
acqua calda, e abbondanti pozza di fango. Per l'intenso odore di zolfo e per
l'abbondante fumo sembra di stare in un luogo infernale. Fa un freddo tremendo
e dopo un pò solo io rimango fuori dalla jeep facendo irritare gli altri che
vogliono partire al più presto per accendere il riscaldamento della jeep.
Continuiamo per un'altra laguna, quella di Chalviri, dove ci sono delle
sorgenti di acqua calda sferzate però dall'aria gelida. Qui
trovo il coraggio per immergermi completamente nudo nelle acque termali.
Dopo la sosta percorriamo
ancora 60 km attraverso il così detto deserto di Salvador Dalì, un insieme
di pietre e rocce dal colore particolare sparse qua e là che ricordano i
quadri del grande artista spagnolo.
Arriviamo infine alla Laguna
Verde, a 4.315 m, al confine tra Cile e Argentina. Da qui tutte le mattine
parte un minibus a 4 ruote motrici per San Cedro di Atacama, in Cile. Noi
invece torniamo verso la Bolivia fino ad arrivare in tarda serata al nostro
alojamento previsto per la notte.
4° Giorno: Ritorno a
Uyuni
La mattina ci alziamo e partiamo
verso le 9:00. Arriviamo al villaggio di san Cristobal dopo 1 ora. E' un
villaggio tutto nuovo, le donne sono vestite con i loro costumi tipici e
cappelletto in testa si caricano di pesi enormi in testa. Il paese che
sembrava deserto quando siamo arrivati dopo poco improvvisamente si anima di
bambini usciti a curiosare.
Ripartiamo in direzione di Uyuni
per giungere al cimitero dei treni, dove si trovano parecchie carcasse
abbandonate nel deserto. Sembra un paesaggio lunare, delle locomotive
arrugginite nel mezzo del deserto con un binario ancora in funzione che le
passa accanto e si perde all'orizzonte.
Arriviamo ad Uyuni nel primo
pomeriggio un pò stanchi ma pienamente soddisfatti per le splendide emozioni
che ci ha riservato quest'angolo di Bolivia.
3° racconto mandato
da Daniele Becchi il 29/01/03
13/14 luglio 2002: gruppo
di Tessa (Val Senales).
Della serie: era nata male, è finita un po' meglio. La mattina non potevamo che
essere in 17 all'appello (di 20 iscritti altri tre hanno dato forfait durante la
notte, contribuendo al raggiungimento del numero fortunato!.).
Nonostante le previsioni meteo allarmanti, abbiamo iniziato a camminare
inoltrandoci in una splendida gola scavata da un potente ruscello, mentre il
cielo cominciava ad oscurarsi. Una funivia (cabine a 4 posti degli anni 30 senza
vetri a chiamata con telefono a manovella!!) manovrata da un'arzilla vegliarda
che non spiccicava una parola d'italiano e che controllava con un binocolone
l'imbarco dei malcapitati, oltre ad accudire le bestie nella stalla (che era un
tutt'uno con l'arrivo della funivia) ci ha proiettato in un mondo d'altri tempi.
Poi ha cominciato a piovere: all'inizio debolmente, quindi tuoni e fulmini hanno
accompagnato una pioggia intensa e una grandinata con chicchi delle dimensioni
di piccole ciliegine. Arrivati al rifugio non oso dirvi in che condizioni (ed io
per ultimo, in qualità di capogruppo e per giunta con due zaini dall'inizio
della salita), ci siamo rilassati con tè, grappini e una buona cena.
Incazzatura con il gestore per questioni economiche (tutti uquali questi
italiani, prima prenotare per qvaranta poi arrifare in dicciassette!), quindi a
letto in piccionaia (tutti in un'unica camerata sottotetto, atmosfera tipo
Verdon), con la certezza che la pioggia incessante ci avrebbe indotto a
ritornare sui nostri passi il giorno seguente.
E invece la mattina cielo miracolosamente sereno, pronti di buonora, con ancora
tutto fradicio per il cammino. Dal rifugio (2.200 m.) siamo saliti ad una
forcella molto panoramica (2.800); io, un Novellino in gran forma e il solito
Maurino abbiamo distanziato gli altri di un bel po'. Da qui alcuni di noi (io e
Mauro in testa) hanno raggiunto una vetta a 3.000 seguendo una crestina non
difficile: panorama mozzafiato sulle cime d'intorno.. Poi un tratto innevato ci
ha portato ad un bivacco situato ad una forcella, oltre la quale si apre la
valle di Sopranes, una piattaforma lacustre con dei bellissimi laghi color
cobalto disposti longitudinalmente uno dopo l'altro: veramente bello!! Un
breve tratto di discesa attrezzato ci ha portato a costeggiare le rive di unpaio
di questi e una breve risalita ci ha consentito di affacciarci sulla valle
dell'Adige, con una parete a strapiombo di circa 600 m. Lì una meritata sosta
per rifocillarci, e poi di nuovo discesa (un po' esposta e attrezzata) fino ad
un rifugio dove, all'aperto tra i tavoli, un prete (o pastore, non saprei) ha
cominciato a celebrare la messa (naturalmente in lingua crucca, e ci ha anche
caldamente invitato ad allontanarci visto l'atteggiamento da profani che
dimostravamo). Un ombroso e rinfrescante tratto nel bosco ci ha accompagnato ad
una gabbiovia, e poi una seggiovia ci ha riportato sul fondovalle dove ci
aspettava il nostro fedele autista.
Questo è il resoconto, i miei compagni sono rimasti tutti soddisfatti e
piuttosto stanchi e alcuni si sono anche complimentati con me per la scelta
dell'itinerario. Il sapore comunque era prettamente austriaco, dal libro del
rifugio, quello del bivacco e quello di vetta non trapelava la presenza di
italiani da quelle parti. E' bello sentirsi un po' pionieri ogni tanto!
Daniele Becchi
2° racconto
mandato
da Daniele Becchi il 29/01/03
18/19 maggio 2002
Liguria Mari e Monti ... un bagno coraggioso
Quando Daniele (il Presidente) mi guarda con
quell'occhietto furbo e un
sorrisetto a mezza bocca, capisco che ha in mente una bravatina. Erano già le
sei del pomeriggio di sabato, l'escursione
era durata più del previsto, io mi ero staccato dal gruppo per arrivare
prima al campeggio dove erano stati predisposti bungalow e camper per la notte.
Il tempo aveva retto tutto il giorno, con una variabilità accentuata, ma ora
sembrava proprio intenzionato a peggiorare. Si era alzata una brezzolina gelida
e umida, avevamo addosso il pile, e nuvole grevi e basse avevano oscurato i
raggi del sole,anticipando di alcune ore la luce del tramonto.
Lo sguardo di intesa è chiaro, prendo il piccolo aciugamano che ho portato con
me, il costume già indosso, e ci incamminiamo verso il mare. Alla reception un
signore anziano ci dice: 900 m. tutto a dritto, ma non farete mica il bagno? e
noi: no no, non si preoccupi.. La strada, dopo aver sottopassato la ferrovia,
costeggia un fiumiciattolo dal greto sassoso, piuttosto ampio; dopo una
cascatella, una nutrita colonia di anatre e oche attira la nostra attenzione; c'é
anche un uccello molto elegante, zampe gialle e gambe molto fini, il becco nero
e il piumaggio bianco con un ciuffettino all'indietro, che ogni tanto da'
qualche beccata pescando cibo dall'acqua. Dietro una curva un vecchio ponte in
pietra a schiena d'asino, alto dalla superficie dell'acqua una dozzina di metri,
mi ricorda qualcosa di già visto
in Corsica. Si prosegue, mentre rifletto seriamente sulla possibilità di
tirarmi indietro. Ma allo stesso tempo sento
che i brividi che ho addosso sono sia di freddo che di adrenalina che pian piano
sta montando; in fondo, mi dico, l'abbiamo fatto anche in stagione più acerba,
e pure in quel laghetto a 2.000 m. con ancora la lingua di neve che vi si
tuffava dentro. Sì, ma fuori c'era un sole potente, che scaldava l'aria e ci
faceva stare in maglietta. Oggi, qui, mi sembra molto diverso... eppure...
Si arriva alla spiaggia, poche casette a formare un lungomare, il fiume che
abbiamo costeggiato esita a tuffarsi in mare, e lo fa solo dopo aver disegnato
un'ampia doppia curva incuneandosi tra due alte dune di sabbia scura.
Incontriamo alcuni nostri amici del gruppo, ben imbacuccati nelle giacche, ci
sono alcuni pescatori distribuiti qua e la', nessun altro.
L'insenatura è ampia, e il mare monta con delle mezze onde che si infrangono
sulla battigia. Il colore è scuro, come il cielo, e lascia intuire che si
scende subito in profondità. Daniele si leva le scarpe e si arriccia i
pantaloni, come fanno gli anziani a volte per bagnarsi a riva, ed entra esitante
nell'acqua del fiumiciattolo, tersa e gelida... mmmh. Io mi dico che a questo
punto è inutile tergiversare: mi levo prima le scarpe, poi i calzini, i
pantaloni, la maglia e la maglietta e mi dirigo a riva. I primi metri inacqua
bassa al ginocchio, poi intuisco che è l'ora di tuffarsi, ogni passo in più
sarebbe come morire a poco a poco in un'agonia di adattamento ad una temperatura
che contrasta con il tepore del corpo. Tuffo... dispersione pressoché
istantanea del calore di superficie sulla pelle, bracciate verso il largo,
sollevato dalle onde. Entra anche Daniele (di solito mi precedeva in queste
imprese). Per entrambe è questione di un minuto, poi si esce, guardandoci negli
occhi come due ebeti fieri della loro impresa. Poi il rilancio: si rientra?
corsa come matti e giù di nuovo a capofitto, ancora pochi istanti e di nuovo
fuori. L'aria ora è tiepida, il freddo è passato, non sento nemmeno il bisogno
di asciugarmi. Ci sediamo sull'asciugamano e si rimane un po' a smaltire la
carica accumulata prima di entrare. Le tensioni defluiscono lentamente per asciugarsi
come le gocce d'acqua che si seccano sulla pelle, lasciando aloni di
salmastro....
18/19 maggio 2002 - Liguria mari e monti
Daniele Becchi
1° racconto
mandato
da Valoris il 20/01/03
PAKISTAN 2001 Diario di viaggio
Il Pakistan è uno di quei paesi non troppo conosciuti (almeno
fino alla guerra in Afghanistan) e non è una metà turistica comune.
Forse non tutti sanno che il nord del Pakistan è attraversato dalle tre
catene montuose più importanti del mondo : HIMALAYA,
KARAKORUM ed HINDUKUSH. E' il paese che contiene
il maggior numero di vette di altezza superiore agli 8000 metri . Il K2 , la
seconda vetta dopo L'EVEREST, è in Pakistan.
Il clima che durante i periodi estivi è migliore del TIBET e del NEPAL, lo
rende un paradiso ideale per gli escursionisti, visto le innumerevoli
possibilità che offre. L'estate, da giugno a settembre, è il
periodo migliore per recarsi nelle regioni settentrionali. La primavera e
l'autunno sono invece le stagioni più adatte per visitare il Peshawar (al
confine con l' Afghanistan). I mesi di settembre e ottobre sono i più indicati
per effettuare le spedizioni in alta montagna sull' Himalaya.
Il nostro viaggio inizia a ISLAMABAD
la capitale. Da Islamabad prendiamo un pulmino che in sole
16 ore di viaggio accidentato, ci porta a Gilgit
,cittadina ai piedi delle grandi montagne. Siamo tra i pochi turisti
occidentali, le gente è cordiale e gentile. A gilgit conosciamo la guida
che ci accompagnerà per il resto della vacanza. Insieme a lui per mezzo
di una jeep, attraversiamo strade incredibili, con precipizi, ponti pericolanti
e arriviamo alla piccola RUPAL VALLEY
sotto il NANGA PARBAT.
Pernottiamo a TARASHIM
(nella casa della nostra guida ), piccola cittadina senza corrente e telefono,
ideale punto di partenza per le escursioni e le spedizioni sul NANGA PARBAT.
L'altezza è già considerevole circa 3000 metri. Il
giorno dopo inizia l'escursione; con un portatore e la guida, un asino ed un
cavallo, inizia il nostro trekking. Attraversiamo un grosso ghiacciaio morenico
e arriviamo dopo circa 6 ore al primo campo base del NANGA PARBAT(3300).
Dopo un po’ contiuiamo a salire, fino all’ inizio della parete(3650 m).
La vista è stupenda, la parete Rupale è davvero impressionante (4800 metri di
sviluppo totale) e pernottiamo in tenda. Nel campo base c’è un gruppo
di turisti Tedeschi con almeno una decina di portatori.
La mattina successiva con un trekking di circa 5 ore arriviamo al secondo campo
base. Visitiamo il campo di Messner e le lapidi delle varie spedizioni che hanno
trovato la morte per tentare la scalata alla parete.
Il secondo campo base si trova in una valle attraversata da vari torrenti, il
paesaggio è punteggiato di piccoli villaggi di pastori. In questi villaggi
sembra che il tempo si sia fermato, sembra di far parte di un presepe vivente.
Ogni tanto dei bambini ci salutano e si fanno fotografare.
Il giorno successivo ritorniamo verso TARASHIM.
Dopo un altro giorno riprendiamo la jeep e proseguiamo verso la KARAKORUM
HIGHWAY. Sostiamo a KARIMABAD
nella valle degli HUNZA (la mitica SHANGRI-LAA). La valle è
immersa nel verde e siamo circondati dal monte
RAKAPOSHY (7800 M) e da altre vette imponenti.
Continuiamo a salire sulla KARAKORUM fino ad arrivare al confine con la CINA, il
KUNJERAB PASS (4700
m).
Questo è il culmine del nostro viaggio. Ritorniamo indietro sempre attraverso
la KKH. La KKH corrisponde all’antica via della seta che attraversava il
PAKISTAN e la CINA. Per renderla percorribile sono morti negli anni migliaia di
operai cinesi e Pakistani.
Ritornati a GILGIT, ci salutiamo con la nostra guida ed il giorno dopo andiamo a
SKARDU nella valle
dell’ INDO.
SKARDU è il punto di partenza per il K2. Facciamo un ‘ altra escursione con
una jeep e ci spingiamo quasi fino al KASHEMIR. Due Giorni
dopo ritorniamo ad ISLAMABAD e poi in ITALIA.
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